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GIORNATA MONDIALE DEI POVERI E GIORNATA DIOCESANA DELLA CARITAS sul tema “La via del Vangelo è la pace”
Sono quanto mai attuali le parole di Papa Francesco nell’udienza concessa in occasione del 50° di fondazione di Caritas Italiana, celebrato lo scorso anno, in cui egli invitava a camminare nella via degli ultimi, nella via del Vangelo e nella via della creatività. Il nostro è un tempo contrassegnato ancora da grande fatica e incertezza. La guerra continua a colpire duramente diversi paesi in tutto il mondo e da parecchi mesi ormai è in Europa, vicina a noi. Il cristiano ha ferma coscienza che scegliere la via del Vangelo è scegliere la via della pace. Da qui il tema di questo anno: “La via del Vangelo è la pace”.

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“Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire…” (Mt 22,2-3).
La parabola rappresenta la storia della salvezza; è una salvezza che non si realizza facilmente, ma non per colpa di chi salva, ma di chi è salvato. Dio infatti vuole condurre tutti alla salvezza; ma Egli non la impone, solo la propone. Questo racconto di Gesù è anche per noi. Oggi, nella nostra storia personale e comunitaria, è il Signore che invita e gli invitati a volte rifiutano... L’invito insistente di Dio è per noi, è per tutti, oggi. Non possiamo presentare nessuna scusa per non sentirci interpellati. Nessuno può dire: “Dio non mi chiama, si è dimenticato di me”, perché Dio chiama tutti e ciascuno, proprio perché ama tutti e ciascuno; nessuno si deve sentire escluso dal suo amore; Egli ci raggiunge tutti; la nostra stessa vita è segno del suo amore immenso, che ci previene e ci accompagna.

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LA CHIAMATA DI TUTTI I CRISTIANI A TESTIMONIARE CRISTO (Dal Messaggio del Papa)
È il punto centrale, il cuore dell’insegnamento di Gesù ai discepoli in vista della loro missione nel mondo. Tutti i discepoli saranno testimoni di Gesù grazie allo Spirito Santo che riceveranno: saranno costituiti tali per grazia. […] Ogni cristiano è chiamato a essere missionario e testimone di Cristo. E la Chiesa, comunità dei discepoli di Cristo, non ha altra missione se non quella di evangelizzare il mondo, rendendo testimonianza a Cristo […]. Ogni battezzato è chiamato alla missione nella Chiesa e su mandato della Chiesa: la missione perciò si fa insieme, non individualmente, in comunione con la comunità ecclesiale e non per propria iniziativa. E se anche c’è qualcuno che in qualche situazione molto particolare porta avanti la missione evangelizzatrice da solo, egli la compie e dovrà compierla sempre in comunione con la Chiesa che lo ha mandato. Come insegnava San Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, documento a me molto caro: «Evangelizzare non è mai per nessuno un atto individuale e isolato, ma profondamente ecclesiale» (n. 60) […]. In secondo luogo, ai discepoli è chiesto di vivere la loro vita personale in chiave di missione: sono inviati da Gesù al mondo non solo per fare la missione, ma anche e soprattutto per vivere la missione a loro affidata; non solo per dare testimonianza, ma anche e soprattutto per essere testimoni di Cristo. […] I missionari di Cristo non sono inviati a comunicare sé stessi, a mostrare le loro qualità e capacità persuasive o le loro doti manageriali. Hanno, invece l’altissimo onore di offrire Cristo, in parole e azioni, annunciando a tutti la Buona Notizia della sua salvezza con gioia e franchezza […]. Infine, a proposito della testimonianza cristiana, rimane sempre valida l’osservazione di San Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (Evangelii nuntiandi, 41). Perciò è fondamentale, per la trasmissione della fede, la testimonianza di vita evangelica dei cristiani. D’altra parte, resta altrettanto necessario il compito di annunciare la sua persona e il suo messaggio […]. Nell’evangelizzazione, perciò, l’esempio di vita cristiana e l’annuncio di Cristo vanno insieme. L’uno serve all’altro. Sono i due polmoni con cui deve respirare ogni comunità per essere missionaria.

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“Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto” (Lc 6, 43-44a).
L’immagine dell’albero e dei frutti interpreta bene la festa della Chiesa cattedrale della nostra Diocesi. Posto il principio che una pianta vale per i frutti buoni che produce, si pone la domanda: quali sono i frutti buoni che la Chiesa, paragonata ad un albero, produce? Un frutto buono possiamo esserlo noi. Infatti i doni di Dio ci rendono capaci di essere frutto buono. Ma se questi doni non vengono usati, non servono a nulla. I doni di Dio invece vanno fatti crescere in noi. È come una pianta che va curata perché poi possa produrre un frutto buono. Perciò se vogliamo che la nostra vita sia questo frutto buono, cresca nella fede, nell’amore per il Signore e per gli altri, nella generosità, non è possibile rimanere nell’ozio; occorre rispondere al Signore con la preghiera, con il nostro impegno generoso, con la disponibilità verso gli altri. Solo così saremo un frutto buono.

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Il Signore Gesù disse: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (Mt 10,40).
Accogliere Gesù Cristo, che si rende presente negli altri, non è per ricevere una ricompensa. È vero che Gesù promette qualcoa a chi accoglie l’altro, a chi accoglie un profeta, un ministro di Dio, un missionario del Regno. Ma questa ricompensa non è qualcosa di materiale. Che cosa promette Gesù a chi accoglie l’altro, specialmente se piccolo o povero? Promette se stesso: “Chi accoglie voi accoglie me”. L’accoglienza a Gesù è identificata con l’accoglienza ai suoi discepoli, e quindi a noi cristiani, discepoli del Signore. C’è una conseguenza dell’accoglienza di Gesù negli altri: è l’accoglienza di Dio Padre: “Chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”. L’accoglienza di Gesù, Figlio di Dio, è l’accoglienza di Dio Padre. Gesù dà dunque una grande importanza e una grande promessa a questo gesto umano dell’accoglienza. È quanto siamo invitati a compiere pure noi.