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“I discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20,20).
La sera del giorno di Pasqua, i discepoli fanno l’esperienza, inaspettata e insperata, della presenza di Gesù Risorto davanti a loro, nel luogo dove essi si erano rifugiati per paura dei Giudei. È una gioia grande, vera, profonda, la loro: vedere il Signore!, Gesù che era stato ucciso sulla croce e il cui corpo era stato posto nel sepolcro. Proviamo a immaginare il loro stato d’animo. Con Gesù i discepoli avevano condiviso un intenso cammino di vita, un cammino intessuto di fede e di amore. Sembrava che tutto fosse finito con la sua morte, che ogni speranza fosse stata delusa, che ogni esperienza fosse stata inutile, che ogni desiderio fosse stato vano. Ora, invece, tutto rinasce perché Gesù è risorto. Così è stato per i discepoli. E così sarà otto giorni dopo anche per Tommaso, che non era presente quella sera con gli altri apostoli. La sua incredulità lascerà il posto alla fede: “Mio Signore e mio Dio!”.

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Maria di Magdala “si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!»” (Gv 20,14-16).
Oggi è Pasqua, festa di risurrezione e di vita. La celebriamo nel segno della speranza, della vita che rinasce, ma anche nell’attesa di una pace che invochiamo con insistenza. Su tutti e tutto si erge la Pasqua di Cristo. Egli, nostra Pasqua, è principe della pace, ama la pace, dona la pace e chiede di accoglierla. Celebriamo la Pasqua però senza staccare gli occhi dalla Croce. La Pasqua di risurrezione non può fare a meno della Pasqua di passione. Ci dice che il male e la morte non sono l’ultima parola. Guardando a Gesù morto e risorto, dobbiamo imparare ad affermare che la morte non è più l’ultima parola sulla vita. Gesù è risorto, ha vinto la morte, ci ha donato la vita per amore. Cristo è gioia. La gioia della Pasqua consiste nel ripartire dal senso pieno della vita, che scaturisce dal mistero di Gesù morto e risorto e che ha nell’amore il suo fondamento e nella speranza la sua prospettiva. Con questa certezza, a tutti e a ciascuno, a cominciare dalle persone ammalate e sole, va il nostro augurio di una lieta e santa Pasqua di Risurrezione.
Mons. Angelo con i Sacerdoti, le Persone consacrate ed il Consiglio Pastorale della Comunità Pastorale S. Eufemia

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“Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore” (Gv 12,12b).
Meditiamo sulla preghiera di adorazione, “momento di grazia per prolungare la partecipazione alla celebrazione della Messa” (Mons. Delpini). “Ecco l’Agnello di Dio!” (Gv 1,36). Il cammino storico di Gesù e la Sua attività pubblica, iniziata con il Battesimo e con la testimonianza di Giovanni il Battista, volgono al termine. I passi verso Gerusalemme saranno gli ultimi prima della Passione; Maria di Betania compie un’unzione inconsueta: “prese trecento grammi di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli” (Gv 12,3). Il gesto simbolico di Maria, che ci proietta nel Sepolcro, esprime un amore senza misura nei confronti di Cristo, che non teme l’eccesso, pur realizzandosi in un’umile e profonda adorazione. “Ogni anima che voglia essere fedele, si unisce a Maria per ungere con prezioso profumo i piedi del Signore” (Sant’Agostino). Ma il gesto di Maria non è individuale e solitario, contagia, si apre e si diffonde intorno a lei “…e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo” (Gv 12,3). L’adorazione permette di incontrare il Signore in maniera personale, ma allarga anche il cuore conformandolo al Sacro Cuore di Gesù. “Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo” ed è proprio nell’atto di adorazione che matura “un’accoglienza profonda e vera, […] la missione sociale che nell’Eucaristia è racchiusa e che vuole rompere le barriere tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto quelle che ci separano gli uni dagli altri” (Benedetto XVI). Facciamo tesoro del momento che segue la Santa Comunione, valorizziamo questo spazio di silenzio, intratteniamoci con Gesù “chinati sul Suo petto come il discepolo prediletto”, lasciamoci toccare “dall’amore infinito del Suo cuore. […] Come non sentire un rinnovato bisogno di trattenersi a lungo, in spirituale conversazione, in adorazione silenziosa, in atteggiamento di amore, davanti a Cristo?” (Giovanni Paolo II). Affidiamoci all’intercessione della Santissima Vergine Maria “donna eucaristica”, colei che portando in grembo Gesù ha incarnato il più perfetto “atteggiamento eucaristico”, lodando il Padre “per Gesù, ma anche in Gesù e con Gesù” (Giovanni Paolo II).

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Gesù “gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare»” (Gv 11,43-44).
In questa domenica di Quaresima, dedicata a Lazzaro, riflettiamo sulla preghiera donataci da Cristo stesso e che in Lui ci permette di affidarci a Dio nella dignità di figli. “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” (Gv 9,35). Nel Vangelo della scorsa domenica Gesù si rivela come “Figlio dell’uomo”, appellativo che ricorre frequentemente nell’Antico Testamento e nei Vangeli, e che evidenzia la natura umana di Cristo, ma, al contempo, la Sua identità di Messia (Dn 7,13-14). “Io credo che Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio” (Gv 11,27). La fede di Marta, sorella di Lazzaro, le permette di riconoscere in Gesù l’Unigenito di Dio, l’Amato (Mt 17,5 - Mc 9,7), l’Eletto (Lc 9,35). Ma Gesù, “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio” (Fil 2,6), rendendoci partecipi della Sua prerogativa di Figlio e immergendoci nell’infinito Amore di Dio. “Solo Gesù poteva dire - Padre mio - a pieno diritto, perché solo Lui è davvero il Figlio unigenito di Dio, della stessa sostanza del Padre. Noi tutti dobbiamo invece dire: Padre nostro. Solo nel noi dei discepoli possiamo dire Padre a Dio, perché solo mediante la comunione con Gesù Cristo diventiamo veramente figli di Dio” (Benedetto XVI). Il nostro pregare, grazie alla Comunione con Gesù, diventa un cammino che ci trasforma e ci orienta autenticamente verso Dio. Il Signore ci conduce amorevolmente come fa con Marta e con Maria, la fede delle quali, nonostante sia salda, è imperfetta ed esclude il segno glorioso che Gesù intende compiere su Lazzaro. “Gridò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11,43). Il grido che Mosè rivolge a Dio (Es 14,15) e che Egli respinge, diviene grido di Dio verso di noi. Spalanchiamo il cuore alla speranza, abbandoniamoci alla preghiera, sapendo che “preghiamo Dio con parole date da Dio” (San Cipriano).

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“Gesù […] gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui” (Gv 9,35-38).
In questa domenica di Quaresima, dedicata alla figura del Cieco nato, meditiamo sulla parola “amen” che apre e suggella la preghiera per professare la fede. “In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono”. Abbiamo ascoltato domenica scorsa dalla voce di Gesù (Gv 8,58). Cristo si rivela ai Giudei come Dio stesso si rivelò a Mosé (Es 3,14-15). Le parole riportate da Giovanni sono introdotte dalla nota formula “in verità, in verità” che traduce il testo greco “Amén, amén”. Nel libro dell’Apocalisse amen diviene un nome che indica La Verità, Il Veridico indicando Gesù stesso. Il Signore ci accompagna come ha fatto con il cieco a Gerusalemme, manifestandosi prima di ottenere la sua risposta di fede “lo hai visto: è colui che parla con te. Ed egli disse: Credo, Signore”. È Gesù a donarsi, non siamo noi a raggiungerlo. Il cieco accoglie la parola di verità di Cristo. E noi possiamo professare la nostra fede solo grazie a questo “prima” di Gesù che ci ha mostrato nel perfetto modello di Maria, il cui “amen” ha dato corpo al progetto salvifico di Dio. Anche il prima di Maria “che fa parte dell’apertura della strada tra Dio e noi, non indica l’isolamento di lei, ma lo schiudersi della possibilità che anche noi diventiamo capaci di dire sì a Dio, che il Verbo arrivi sino a noi e, in Lui, noi arriviamo sino a Dio” (H. U. Von Balthasar). Grazie all’unione di Maria con Dio, nasce la nostra unione con Dio che chiamiamo Chiesa e “amen” è la parola che più risuona nella Liturgia, nella preghiera personale e ogni volta che imprimiamo su di noi il segno della croce. Immergiamoci nell’Amore di Cristo, per mezzo dell’intercessione della Santissima Vergine Maria e professiamo: “Noi crediamo in Te, Dio, Trinità d’amore, e diciamo il nostro - Amen -“. (Mons. Delpini).