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“Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più»” (Gv 8,10-11).
Gesù si rivolge alla peccatrice, che gli avevano condotto, chiamandola “donna”, allo stesso con cui si era rivolto a sua Madre alle nozze di Cana, alla Samaritana, o come farà con Maria di Magdala il mattino di Pasqua. Gesù, rivolgendosi a lei in questo modo, le restituisce la sua piena dignità, la fa risaltare per quella che è, non per quello che ha fatto. Nessuno prima le aveva rivolto parola; l’avevano portata da Gesù come un oggetto. Gesù invece le rivolge la Parola, la restituisce alla sua dignità di persona. E questa donna ascolta. L’ascolto della Parola di Dio è il punto chiave di tutto il processo di conversione. Senza questo ascolto non c’è né vero senso del peccato, né vero processo di conversione, né vera riconciliazione. Nell’incontro di Gesù con la “donna sorpresa in adulterio”, possiamo leggere l’inizio di ogni conversione, che nasce appunto da una Parola, ma non una parola qualsiasi, bensì dalla Parola di Dio. Anche a noi Gesù rivolge la sua Parola. La donna del Vangelo ha ascoltato questa Parola, ha risposto a Gesù, chiamandolo Signore, l’appellativo di Dio; in questa risposta c’è tutta la sua fede. Il tutto ha origine dalla Parola, che chiede ascolto, perché possa produrre frutto. La fede è dono, anzitutto; ed è un dono che passa attraverso la Parola di Dio. Il primato è della Parola. E la fede parte dall’ascolto della Parola di Dio. Chi crede è colui che si apre all’ascolto della Parola di Dio.

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45^ GIORNATA PER LA VITA
Rinnovare l’impegno. La Giornata per la vita rinnovi l’adesione dei cattolici al “Vangelo della vita”, l’impegno a smascherare la “cultura di morte”, la capacità di promuovere e sostenere azioni concrete a difesa della vita, mobilitando sempre maggiori energie e risorse. Rinvigorisca una carità che sappia farsi preghiera e azione: anelito e annuncio della pienezza di vita che Dio desidera per i suoi figli; stile di vita coniugale, familiare, ecclesiale e sociale, capace di seminare bene, gioia e speranza anche quando si è circondati da ombre di morte» (dal Messaggio dei Vescovi italiani).

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«Vogliamo entrare spiritualmente nella Casa di Nazareth per meditare sugli insegnamenti che da essa ci provengono. Il Figlio di Dio, incarnandosi per la nostra salvezza, si è scelto una famiglia, mostrandoci così che matrimonio e famiglia fanno parte del disegno di salvezza e rivestono un ruolo singolare per il bene della persona e della società umana. […]. L’autentico amore coniugale è così assunto nell'amore divino, derivandone l’impegno di una donazione indissolubilmente fedele e generosamente feconda. Impegno non facile davvero, al cui adempimento tuttavia contribuiscono la redenzione operata da Cristo e l’azione salvifica della Chiesa. Proprio per questo, nella misura in cui restano fedeli al loro compito, i membri della famiglia progrediscono sulla via della santità, diventano testimoni della misericordia del Padre celeste e contribuiscono a costruire un mondo dove regna lo spirito di servizio, di accoglienza e di solidarietà» (San Giovanni Paolo II).

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“Gesù disse ai Dodici: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente»” (Lc 9,13).
Così dicono gli apostoli a Gesù, che li invita a dar da mangiare alla folla, cinquemila persone, che lo ha seguito, una folla mossa dall’entusiasmo per le sue parole e per quanto andava facendo. Cinque pani e due pesci sono nulla, in confronto alle necessità di tanta gente. Eppure con questi cinque pani e questi due pesci Gesù, mosso da compassione per la folla che lo stava seguendo nel deserto, sfama tutta quella gente: “Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla”. In ciò che Gesù compie possiamo leggere la rivelazione del suo amore per noi e la manifestazione della sua missione per la salvezza dell’umanità.

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“Vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela»” (Gv 2,1.3-5).
Dalla madre di Gesù, la Vergine Maria, che è fiduciosa e docile alla parola e ai gesti del suo Figlio ed è premurosa verso tutti, possiamo imparare ad essere collaboratori di Cristo. Maria ha uno sguardo ed un’attenzione che manifestano il suo amore per le persone con cui si trova. Si accorge subito che al banchetto c’è qualcosa che non va: “non hanno vino”. È un problema non da poco per la riuscita del banchetto. Perciò Maria, attenta alle necessità delle persone, cerca di fare qualcosa. Conosciamo la premura materna di Maria; a Lei non ci si rivolge mai inutilmente. Tramite Lei si giunge a Gesù, che chiama a collaborare con Lui. Chi sono oggi i collaboratori di Gesù? Tutti lo siamo, se prendiamo esempio da Maria e facciamo come Lei: essere sensibili alle necessità degli altri, stare attenti se qualcuno manca di qualcosa e fare anche noi come i servitori del Vangelo, che ascoltano Gesù e gli obbediscono con prontezza e generosità.