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Solennità del ss. Corpo e Sangue di Cristo
Gesù, “mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti»” (Mc 14,22-24).
Il Vangelo di Marco ci conduce al momento dell’ultima cena, quel momento in cui Gesù “recita la benedizione” sul pane e sul vino, che sono così trasformati nel suo corpo e nel suo sangue. Proviamo ad immaginare quale dovette essere la meraviglia degli apostoli: Gesù si fa cibo e bevanda per la salvezza dell’umanità. Tutto questo si ripete ogni volta che celebriamo la Santa Messa, ogni volta che il sacerdote ripete le parole di Gesù sul pane e sul vino. L’altare è una mensa, come quella dell’ultima cena. Ricevendo il Corpo e il Sangue di Cristo riceviamo veramente la sua stessa vita. Come il cibo che ogni giorno mangiamo diventa vita per noi, tant’è che se provassimo a farne meno morremmo, così è il cibo spirituale dell’Eucaristia per la vita dello spirito. Gesù è la nostra vita; senza questo cibo la nostra vita viene meno.

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Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).
“L’enciclica Laudato Si’ ci ricorda che la radice ultima della relazione positiva tra tutte le creature («tutto è collegato») è la Santissima Trinità (Laudato Si’ 238-240): Dio stesso è relazione! Celebrando quest’anno la solennità della Santissima Trinità in cui ricordiamo la verità di Dio rivelata dal Figlio, chiediamo al Signore che ci renda capaci di tornare a vedere «il riflesso della Trinità […] nella natura» (Laudato Si’ 239), come del resto ci insegnano i santi. Il dono dello Spirito di Gesù fruttifica in molti modi nella vita della Chiesa e di ogni persona che lo accoglie con la docile gratitudine della fede”.
(Mons. Mario Delpini, Lettera per il tempo dopo Pentecoste. Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra. Il mistero della Pentecoste, p. 12)

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“Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2,3-4).
“Lo Spirito dono di Gesù, il Crocifisso risorto, coinvolge in un ardore che rinnova la vita, che risveglia energie, che dilata gli orizzonti. Sentiamo l’urgenza, il bisogno di celebrare la Pentecoste: invochiamo il dono dello Spirito perché ci spinga a uscire dalla chiusura delle nostre paure, delle nostre pigrizie, delle nostre incertezze. Questi mesi di pandemia ci hanno trattenuto, hanno causato smarrimenti e fragilità, ci hanno messo a confronto con tristezze troppo laceranti, con morti troppo dure, con domande troppo inquietanti. Il superamento dell’epidemia da Covid-19 non sarà solo l’esito di un vaccino, ma una guarigione delle ferite più profonde che il contagio ha generato”.
(Mons. Mario Delpini, Lettera per il tempo dopo Pentecoste. Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra. Il mistero della Pentecoste)

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Gesù, “mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo” (Lc 24,51)
“I discepoli tornano a Gerusalemme con grande gioia. Si sono separati da Gesù con grande tristezza e angoscia, quando Gesù è stato consegnato nelle mani degli uomini per essere crocifisso. Ora sono pieni di gioia, perché non sono separati da Gesù, ma sono resi partecipi di un altro modo di intendere la presenza, un altro modo di contare i giorni, un altro modo di abitare la terra. Il tempo e lo spazio non sono più principio di separazione, per cui quello che è qui non può essere là, quello che è in terra non può essere in cielo e neppure quello che era in passato non può essere presente e neppure futuro. Il tempo e lo spazio sono abitati dalla gloria del Risorto: l’Ascensione non decreta una assenza, ma il modo glorioso di essere presente, la promessa del ritorno non decreta un tempo senza Gesù, ma il modo glorioso di vivere il presente come occasione di grazia, come grazia di comunione”
(Mons. Mario Delpini, Omelia per la solennità dell’Ascensione, 13 maggio 2021).